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A febbraio 2012 ero a Belgrado per un servizio sui criminali di guerra quando una mattina presto ricevetti una telefonata. Era un collega da Beirut: mi chiamava per farmi sapere che Marie Colvin, la cui vita è narrata in un nuovo film dal titolo A Private War con Rosamund Pike, era state uccisa da un missile, solo poche ore prima, nell’assedio di Homs in Siria.

La notizia mi lasciò sconvolta. Misi immediatamente fine al mio viaggio a Belgrado e mi feci accompagnare all’aeroporto da un amico per imbarcarmi sul primo aereo per Londra. Durante il tragitto in macchina ci fermammo in un campo, facemmo una piccola passeggiata nella natura, e mi disse di iniziare a pensare a vivere una vita diversa. Se Marie, una vecchia guardia della nostra professione, era morta, allora niente era più come prima.

Marie Colvin, Cecenia 1999

© Rex Features

In aereo ripensai a quando avevo conosciuto Marie molti anni prima, quando ero ancora una reporter in erba al Sunday Times di Londra, vicino alla fotocopiatrice. Era più grande di me, affascinante; indossava un tubino Calvin Klein di un colore tenue e i capelli crespi, lisciati, erano raccolti in un elegante chignon.

“Piacere, Marie,” disse con quel suo tono basso. Poi uscimmo a fumare una sigaretta. Quella sera andammo a bere un drink – che diventò poi un paio di bottiglie – e condividemmo il taxi verso i nostri rispettivi monolocali da single di Notting Hill. In seguito, iniziai a passarla a prendere da casa con la mia Saab scassata. Il tragitto verso il lavoro, a Wapping, era sempre in silenzio, ognuna alle prese con i suoi postumi da sbornia – uno degli effetti collaterali della professione. Se non eravamo sul campo, ci stavamo anestetizzando da ciò che avevamo visto.

Come mostra A Private War, Marie non aveva figli. Ma ciò che il film non mostra sono gli aborti spontanei, le speranze infrante e i tentativi di rendere completa la sua vita costruendosi una famiglia. Non include nemmeno il secondo marito, Juan Carlos Gumucio, anch’esso reporter di guerra, con il quale Marie ha cercato dei bambini, e che si è ucciso nel 2002. Appresi la notizia mentre ero in trasferta in Somalia. Misi giù il telefono satellitare e crollai a piangere.

Tutto quel dolore mi costrinse, sui 35 anni, a farmi una promessa: sarei diventata madre e avrei messo su famiglia con un uomo che amavo alla follia. Un anno dopo, nell’agosto del 2003, il giorno dell’attacco alla sede dell’ONU a Baghdad, sposavo Bruno Girodon, un reporter francese che avevo conosciuto a Sarajevo. Bruno mi capiva. Prima di andare in Comune per il matrimonio, guardammo assieme l’edizione straordinaria dell’attacco a Baghdad al telegiornale, mangiandoci le unghie allo stesso pensiero: “Non eravamo lì dove c’era la notizia!” La gente normale non fa pensieri del genere, ma noi non siamo normali. La guerra ti cambia la testa, e lo fa in maniera irreversibile. Nove mesi dopo nasceva nostro figlio Luca.

Ma perché lo facciamo? A Private War fa luce sulla psicologia di coloro che scelgono la strada del reportage di guerra. Credo che debba molto a quelle donne che sono venute prima di noi; quelle donne che, da lontano, hanno fatto scuola sia a me che a Marie. Sto parlando delle pioniere del giornalismo di guerra al femminile, molte delle quali hanno imparato il mestiere durante la seconda guerra mondiale: Clare Hollingworth, Martha Gellhorn e Lee Miller. Ho sempre amato leggere i loro reportage e le loro biografie. Avevano tutte una cosa in comune: avevano fegato, erano determinate e caparbiamente indipendenti. Vivevano tutte in un mondo dominato dagli uomini, in cui hanno cercato di lavorare e vivere liberamente come lo facevano i colleghi. Vivevano tutte secondo le proprie regole.

Nell’agosto 1939, Clare Hollingworth, una volontaria di 27 anni, era stata assunta come giornalista solo una settimana prima dal britannico Daily Telegraph quando si aggiudicò il suo primo scoop giornalistico serio. Grazie in parte alla furbizia femminile e, in parte, alle sue straordinarie doti diplomatiche, riuscì a convincere un amico del Foreign Office a prestarle la sua macchina con autista per poi attraversare il confine tra la Polonia e la Germania dove raccogliere dettagli su un potenziale attacco tedesco. Ebbene, improvvisamente aveva una finestra di osservazione diretta sulla guerra. Era faccia a faccia con i nazisti. Il suo primo articolo fu uno scoop: “1000 carri armati ammassati sul confine con la Polonia ” era il titolo del pezzo in cui descriveva i battaglioni pronti ad essere dispiegati da un momento all’altro.

Nei dieci anni che seguirono, Hollingworth continuò a rimanere sempre in prima linea, seguendo la guerra in Algeria e Vietnam, occupandosi di scrivere della rivoluzione culturale cinese, intervistando lo scià di Persia o trovandosi al centro del caso Kim Philby. Come dichiarò il collega della BBC, John Simpson, era sempre “nel posto giusto, al momento giusto”.

Ma anche Martha Gellhorn non era molto distante. Negli anni ’30, lasciava il Midwest prima alla volta del Bryn Mawr, un college femminile privato, e poi di Parigi dove sposò un affascinante aristocratico francese (nonché uno dei primi amanti della scrittrice Colette). Con le sue scarpe belghe realizzate a mano attraversò il confine con la Spagna dove seguì la guerra civile, e si innamorò di Hemingway nell’assediato Hotel Florida di Madrid (in guerra nascono sempre le storie d’amore più romantiche). Quando la guerra finì, Gellhorn tornò a Parigi in attesa della successiva.

Martha Gellhorn e Ernest Hemingway, 1945

© Getty Images

Non dovette aspettare molto. La Seconda guerra mondiale incombeva e Martha si diresse in Finlandia per documentare l’attacco su Helsinki. In seguito, durante lo sbarco in Normandia, riuscì persino a battere Hemingway sul tempo, introducendosi di nascosto in una nave ospedale sulla quale raccolse le testimonianze dirette dei feriti . Nel frattempo, al Dorchester di Londra dove si era rifugiato, Hemingway era fumante di rabbia. Tentò persino di sabotarle l’incarico per Harper’s Magazine. Naturalmente, il loro matrimonio finì poco dopo.

Gellhorn, come Hollingworth (morta lo scorso anno all’età di 105 anni), continuò a lavorare fino in tarda età. Gellhorn produsse reportage di guerra e di viaggio, spostandosi dall’America centrale all’Africa al Vietnam. Scrisse romanzi e, quelli che definiva, “articoli per riviste femminili” per mantenere se stessa e il figlio, Sandy, che aveva adottato in Italia durante la guerra. In seguito si sposò nuovamente, con una banchiere di Londra, con il quale cercò di condurre un’esistenza stabile da signora dell’alta società. Ovviamente non funzionò. Smise di viaggiare solo quando era quasi completamente cieca, circondata da giovani ammiratori nel suo appartamento di Kensington (non era una donna amata dalle donne, preferiva infatti la compagnia maschile).

Lee Miller, invece, concluse la sua carriera dopo la Seconda guerra mondiale, traumatizzata dalla miseria e dal dolore a cui aveva assistito. Ex modella di Poughkeepsie, New York, con un forte ascendente su Man Ray, Miller fu scoperta dai surrealisti della Parigi anni ’20. Aiutò Ray a sviluppare la tecnica della solarizzazione anche se non le venne mai riconosciuto lo stesso merito. Una volta conclusa la relazione amorosa con Ray, diventò corrispondente di guerra per Vogue documentando la Seconda guerra mondiale.

Lee Miller con i soldati americani, 1944

© Getty Images

È in questo momento che sviluppa la sua cifra stilistica. Le sue immagini in bianco e nero di soldati, bambini morenti negli ospedali viennesi, di Picasso nel suo freddo studio parigino, sono leggendarie. Come leggendari sono i diari e gli appunti conservati con tanto amore dal figlio Antony Penrose, avuto con l’artista surrealista inglese Roland. Scrisse del dolore della guerra, della disperazione dei civili ma anche delle sue emozioni. Scoprì di essere incinta dell’unico figlio in uno degli ultimi reportage di guerra per Vogue.

Miller soffrì di ciò che oggi conosciamo come disturbo post-traumatico da stress. Beveva troppo (un demone che tormentò anche Marie) e soccombeva ai buchi neri della depressione, durante i quali si rinchiudeva nella sua stanza d’hotel di Parigi per settimane intere. In seguito al matrimonio con Penrose e alla nascita del figlio, decise di dedicarsi alla cucina, all’arte e alle amicizie. Il figlio non era nemmeno a conoscenza della straordinaria opera della madre finché non si mise a rovistare tra le cose della casa di campagna dove Miller si era ritirata e scoprì negativi per Vogue dimenticati da tempo.

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Donne al fronte: da Martha Gellhorn e Lee Miller a Marie Colvin

La corrispondente di guerra Janine di Giovanni riflette sulla professione di reporter dal fronte in occasione dell’uscita di un nuovo film intitolato A Private War, sulla vita della collega Marie Colvin

Ogni volta che sono partita per zone di guerra queste donne sono sempre state i miei angeli custodi. E sebbene abbia conosciuto Gellhorn di persona, non ho mai incontrato la Miller o Hollingworth ma avrei voluto chiedergli come hanno vinto la paura e la solitudine che fanno inevitabilmente parte del lavoro.

Come mostra A Private War, i pericoli oggi sono decisamente più gravi di quanto lo fossero allora. Quando ho iniziato la carriera da giovane inviata durante la prima rivolta palestinese nei primi anni ’90, la mia paura più grande era che mi arrivasse una pietra sul parabrezza mentre attraversavo la Cisgiordania. Ma quel timore passò in fretta e, ben presto, andavo a Gaza coi taxi collettivi pieni di palestinesi che non conoscevo. Rimasi per mesi in campi profughi e quando c’era uno ‘scontro’ – ovvero una rissa tra giovani palestinesi e la polizia o l’esercito israeliano – l’unica cosa che volevo era essere lì, in prima linea, con i gas lacrimogeni e le pietre che ti piombano addosso.

In seguito, in Bosnia, quello che temevo di più era che i mortai potessero cadermi troppo vicino o che un cecchino mi sparasse alla ginocchia. Ma a posteriori, questo sembra quasi poca cosa a confronto del rapimento e del bersagliamento dei reporter, che sono ormai diventati la norma. La famiglia di Marie è convinta che l’edificio in cui si era rifugiata ad Homs fosse stato preso deliberatamente di mira dagli ufficiali di più alto rango di Bashar al-Assad. Hanno intentato causa nella speranza di sensibilizzare l’opinione sull’importanza fondamentale dei giornalisti e del loro lavoro nel documentare i crimini di guerra.

Ogni volta che dico alla gente ciò che faccio, la reazione è sempre di sorpresa. Sono anche la madre di un figlio di 15 anni e, se la gente non mi conoscesse, potrebbe tranquillamente dar per scontato che conduco una vita tranquilla occupandomi di crescere mio figlio. Quella del corrispondente di guerra non è una professione come tutte le altre, ma sono stata fortunata da essere venuta a contatto con donne più grandi di me che hanno fatto da apripista, e che mi hanno fatto capire cosa significhi essere scelte per questo ruolo. Ritengo infatti che si tratti di una vocazione. Quando il giornalismo è puro, quando è onesto, quando rende giustizia o dà voce a chi non ce l’ha, è nobile.

Christiane Amanpour, la stella di punta della CNN, l’ha descritto così: “gettare una luce negli angoli più oscuri del mondo”. Ho ripensato alle sue parole mentre guardavo A Private War. Non è un film perfetto, né del tutto accurato; è Hollywood, chiaro, il che significa che ha dato una versione “glamour” della vita del reporter di guerra, ma ha anche aperto una finestra su un mondo che molti – grazie a Dio! – non conosceranno mai.

Janine di Giovanni è senior fellow presso il Jackson Institute for Global Affairs dell’Università di Yale e scrittrice. Il suo ultimo libro è “Il giorno che vennero a prenderci. Dispacci dalla Siria” (la Nave di Teseo).

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Pensate che i fumetti giapponesi siano solo storie da bambini? Ecco 5 opere che vi faranno cambiare idea aprendo una porta sull’immenso mondo dei manga

C’è chi non legge manga perché pensa ancora che siano poco più che storielle per bambini. C’è chi storce il naso davanti alla violenza di Berserk, chi trova fastidioso l’umorismo di DragonBall, chi si gratta il capo sconcertato dalle bizzarrie di JoJo. Ma l’universo del fumetto giapponese è sconfinato, rappresenta un vero e proprio patrimonio culturale, e nasconde in bella vista una serie di perle imperdibili anche per chi non ha mai sfogliato un volumetto da destra a sinistra. Ecco allora 5 manga per innamorarsi dei manga; 5 opere, in altrettanti generi molto diversi tra loro, adatte a chiunque voglia aprire la porta e muovere i primi passi in quel fantastico universo.

5. I tre Adolf, di Osamu Tezuka

Ci sono molte buone ragioni per avvicinarsi ai manga partendo proprio da questo. La prima è che si tratta di un’opera di Osamu Tezuka, altresì detto il dio dei manga, o padre dei manga, perché è stato uno dei pionieri che ha definito i canoni del genere. La seconda ragione è che si tratta di una storia avvincente, umana, tragica, avventurosa: basta scorrerne poche pagine per spazzare via il mito dei fumetti giapponesi come roba da bambini.

La storia racconta le vicende intrecciate di tre Adolf nella Germania nazista: il primo è quello che ci possiamo immaginare, il secondo è un ragazzo ebreo, e il terzo è un fulgido esemplare di gioventù tedesca. Il primo è disposto a tutto pur di mettere a tacere chi conosce un terribile segreto sulle sue origini; il secondo crescerà suo malgrado esposto a tutti gli orrori del razzismo; il terzo scoprirà quanto sia difficile evitare di essere plagiato dal martello di un’ideologia insensata.

Uno dei capolavori del fumetto mondiale degli anni ’80 (J-Pop, 2 vol., 600 pp, 19 euro cad.).

4. Death Note, di Tsugumi Ōba, Takeshi Obata

Death Note è stato uno dei maggiori successi internazionali tra i manga del primo decennio del secolo. La ragione è semplice. La serie parte da una premessa fantastica, l’esistenza di un quaderno della morte che consente di uccidere chiunque, semplicemente scrivendovene sopra il nome.

Da questa idea improbabile, arricchita di innumerevoli regole, clausole e postille che ne dettagliano il funzionamento, Tsugumi Ōba (autore misterioso nascosto dietro uno pseudonimo) riesce a trarre una serie di conclusioni via via più arzigogolate, ma sempre assolutamente logiche e coerenti. Inizia così un duello di menti tra Light Yagami, geniale studente che trova il Death Note e decide di utilizzarlo per uccidere tutti i criminali del mondo, e L, altrettanto geniale detective incaricato di fermare la misteriosa epidemia di morti.

Non fatevi ingannare dalla presenza di divinità della morte e quaderni magici: Death Note è un giallo, una partita a scacchi (o a tennis…), una sfida all’ultima deduzione che risucchia anche il lettore. Riservato a chi non ha paura di spremersi le meningi (Panini Comics, 13 vol., 208 pp, 4,50 euro cad.).

3. Uzumaki, di Junji Ito

Il concetto giapponese di horror è spesso troppo distante da quello occidentale, troppo radicato nel folklore locale, per essere davvero spaventoso. Ecco, dimenticavi di questo pregiudizio. Non azzardatevi neanche ad avvicinarvi a una delle opere di Junji Ito a meno che non siate disposti a passare qualche notte insonne. Il mangaka che ha spopolato a Lucca Comics Games 2018 con una mostra dedicata alle sue opere ha conquistato, turbato e terrorizzato i lettori di tutto il mondo grazie al suo mix unico di body horror, orrore cosmico, maledizioni che non lasciano speranza e creature grottesche che escono dal mare. Rispetto a tanti altri autori che sbandierano le loro ispirazioni lovecraftiane, però, Junji Ito è assolutamente unico e originale.

Uzumaki è sinora il suo capolavoro: una serie di racconti che ruotano intorno a una placida cittadina, improvvisamente assediata da orrori che hanno in comune il richiamo ossessivo alle spirali. Un crescendo di orrore e delirio in cui sprofonderanno, inesorabilmente, tutti gli abitanti del luogo.

Non importa che siate o meno appassionati di manga o fumetti. Se vi affascina l’horror, questo è un volume imperdibile (Star Comics, 2 vol., 332 pp, 16 euro cad.)

2. Una gru infreddolita – Storia di una Geisha, di Kazuo Kamimura

Kamimura è noto agli appassionati per il suo Lady Snowblood, storia di vendetta a fumetti tradotta poi in film live action di discreto successo internazionale, principale fonte di ispirazione per il Kill Bill di Tarantino. Storia di una Geisha è una delle sue opere più mature, al fianco del Club delle divorziate.

Il manga apre ai lettori una vera e propria porta sul Giappone della Guerra in Manciuria prima, della Seconda Guerra mondiale poi, sino alla crisi economica del dopoguerra; permette di gettare uno sguardo alla bellezza, le difficoltà e le letali contraddizioni della cultura e della società tradizionale nipponica, seguendo le vicende di Tsuru, venduta da bambina a una casa di piacere, cresciuta secondo l’educazione delle geishe, destinata a diventare una delle donne più desiderate del Paese (J-Pop, 1.380 pp, 14 euro).

1. Akira, di Katsuhiro Otomo

Non c’è modo di evitarlo. Impossibile stilare un elenco (per quanto ristretto) dei manga imperdibili senza citare loro due, la coppia di giganti, Katsuhiro Otomo e il suo Akira.

Perché in fondo questo non è solo il manga che ha spianato la strada in Occidente al fumetto del Sol Levante; non è soltanto un caposaldo della cultura distopica-post-apocalittica-cyberpunk degli anni ’80; è anche una serie che può tranquillamente essere letta da chi non ha alcuna familiarità con il mondo dei manga, e voglia semplicemente godersi una bella storia di fantascienza. Con un plus non indifferente: i disegni iperdettagliati, statici eppure cinetici, del maestro Otomo.

Lasciatevi quindi condurre da Tetsuo per le strade di Neo-Tokyo, in sella alla sua iconica moto rossa; scoprite le origini del misterioso cataclisma che ha distrutto la vecchia città, e liberate l’enigmatico e potentissimo Akira dal suo sonno decennale… (Panini Comics, 6 vol., 360-450 pp, 15 euro cad.).

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After months, no, years of waiting, we finally have a title for the 25th Bond film: No Time To Die. The news was announced on the official 007 Twitter account, alongside a release date for the film, 3 April 2020.

In an interview for the November 2019 issue of GQ, Naomie Harris told us that “it’s a tie-up of Skyfall and Spectre. But with massive, massive surprises that even had me like, ‘Oh, wow!’ So I think we’re going to really shock people.”

In April, from the GoldenEye villa in Jamaica, the Bond team announced what few details of No Time To Die they could give us: namely, Phoebe Waller-Bridge will be on the writing team; Ralph Fiennes, Lea Seydoux, Naomie Harris, Rory Kinnear, Ben Whishaw and Jeffrey Wright return for the cast; and Rami Malek will be joining, and based on what he says it seems likely it’ll be as the villain of Bond’s latest outing.

Rami Malek, stuck in New York and unable to join the cast in Jamaica, said, “I promise you all I’ll be making sure Mr Bond does not have an easy ride.”

On Seydoux’s return, Harris told GQ that “at the end of Spectre there are women he gives his career up for: there’s no more emotional attachment than that. It’s just about moving with the times and recognising that women can no longer be seen as eye candy.”

Joining the cast are Lashana Lynch, Ana De Armas, David Dencik, Billy Magnussen and Dali Benssalah. Daniel Craig, who will star as James Bond for the fifth time, remained cryptic when discussing the film, saying simply, “I’ve tried during my tenure to continue that tradition of making movies that stand out and are different from the other movies out there.”

Carey Fukunaga is the director and has already filmed in Norway before coming to film in Jamaica, Pinewood in London and Matera in Italy. Bond will start the film in Jamaica while taking a break from active service. “We consider Jamaica Bond’s spiritual home,” explained producer Barbara Broccoli.

And we also now have our first look at what Bond’s “spiritual home” will look like on the big screen, thanks to a special behind-the-scenes snippet that has just landed on the James Bond 007 YouTube channel. Against the ragga beat of Kully B Gussy G’s “Boom Shot Dis”, we see Craig race across the Jamaican landscape in a battered Land Rover, people who wouldn’t look out of place in a Gucci campaign dancing in a sultry nightclub and the latest Bond girl Lashana Lynch sat in… well, we’re not quite sure where she’s actually sitting, but she’s there, looking as cool as ever. Amid all of this action, we also see clips of Fukunaga, staring intently at the cameras’ live feeds and occasionally sharing a laugh with Craig. As for Malek, he’s nowhere to be seen, which only strengthens the theory that he might be the villain.

It’s clear that what Broccoli said in the Bond team’s original announcement was not a lie. “We’ve got quite a ride in store for Mr Bond,” she told fans in April. We can’t wait to join him on it.

Now read:

Five things director Cary Fukunaga needs to do to fix James Bond

Who will be the next James Bond?

Live Like Bond: How to drink James Bond’s Taittinger champagne in real life

Daniel Craig’s best Bond movie isn’t Skyfall

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Jennifer Lopez is no fashion wallflower. The singer, dancer, and actress—a true triple threat— has a fiery passion for fabulous, over-the-top designs. It’s precisely why Donatella Versace enlisted the Hustlers star to close the Versace show this season in a new interpretation of that famous Grammy night dress; Lopez is the queen of taking a killer dress and making it go instantly viral.

Jennifer Lopez Makes a Surprise Concert Appearance in Stunning Style
Photo: Getty Images

This weekend, Lopez continued that highly-glam aesthetic when she made a surprise appearance at a Maluma concert in New York City. And while the unexpected cameo drove fans wild, her choice of stage wear was the most showstopping moment of all. Decked out in head-to-toe gold, Lopez opted for a one-shouldered gown by Atelier Versace that was heavily embellished with fringes of Swarovski crystals. On her head, she also wore a dramatic gold headpiece that accentuated her ensemble’s goddess-like vibe. Her tireless, always-committed approach to fashion is certainly commendable; you’ll simply never see J.Lo giving something less than 100 percent, whether that’s an acting role, a workout, or a red carpet outfit. You could say she’s constantly going for gold—and this latest look more than achieved that goal.

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If you can believe it, this fashion editor of five years is, in fact, quite picky and won’t just wear or buy anything she sees. (In case it’s not coming through on the internet, that was sarcasm.) Of course, I’m picky! I’m obsessed with clothes, shoes, and accessories and look at them on the internet every single day both for my personal gain and for my job. If I wasn’t highly selective, I would be shopping way too much, and I definitely wouldn’t be as effective in curating only the best picks for you all.

Today I’m directing my discerning eye at fall dresses. Admittedly, aside from party-ready styles, I’m not that much of a dress girl myself, but I think that’s only made me even better at picking them out. After all, if I’m willing to trade in my jeans for it, then it’s got to be really good. So, from casual to cocktail, see and shop my favorite frocks for the season ahead below.   

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It’s 2018 and life comes at you fast. Gone are the days when you could rely on the music industry to stick to a schedule. Gone are the days when you could predict when you’d lose entire days to listening to your new faves on repeat. We live now in a new era, one of endless surprise ‘drops’, albums which come out of nowhere and singles released with wild abandon. And while it’s always fun to wake up to Twitter losing its shit over a new artist and a deluge of frantic hot takes cooked up by tired and unprepared music journalists, the “surprise! new music” schtick is starting to get a little exhausting.

The idea of a secret drop is so irresistible to musicians that in the time it’s taken me to write this piece, a few very notable examples have occurred.

Childish Gambino just released not one but two surprise summertime bops. Released on streaming services under the title Summertime Pack, both Summertime Magic and Feels Like Summer appeared out of nowhere after Donald Glover posted them on Twitter with the level of nonchalance most of us would reserve for RTing memes about Harry Maguire’s head.

Admittedly, it’s hard to be angry about unannounced drops like the ones Donald Glover has graced us with today. After all, surprise releases have a history of being absolute bangers, just look at Beyonce’s eponymous 2013 album and 2016′s Lemonade, David Bowie’s The Next Day, Drake’s If You’re Reading This It’s Too Late, and Frank Ocean’s Blonde… While the actual content of surprise albums might, more often than not, be amazing, the act of the surprise drop causes so much buzz that quite often, more discussion is dedicated to wondering just how they managed to keep it a secret so expertly than in actually talking about the music itself. It becomes, in short, a gimmick. Despite regularly sending Twitter into meltdown and resulting in record breaking streaming numbers, dropping an album outta nowhere becomes the story, and that in turn detracts from the actual music itself. As everyone rushes to write about it, few actually have time to stop and consider and think about the music.

Not only that, but with the growing regularity of the surprise album drop, that gimmick becomes tired real fast. Nowadays, it would almost be more surprising and groundbreaking for Beyonce to announce that she’s got new music coming out in six months than to announce it to shock and awe at the end of a world tour performance, or to suddenly drop a track online with no hype and watch it garner 50 million streams within the hour.

Streaming of course, is where the surprise drop comes from. Streaming and piracy. Nowadays, thanks to the internet, every new release is easily available for download (well, unless it goes on Tidal) and that means that artists have been forced to get inventive with how they present new music to us, the consumer. 10 years ago the standard for consuming music was at least marginally more physical. Musicians still clung to the idea of a physical copy of their music, and when they had to focus on CD, and latterly a renaissance of vinyl, sales, the PR machinations that led to new releases were slow, calculated, and often boring. And they often still didn’t work. Huge PR campaigns, lasting months on end, could still produce an embarrassing flop (you only need to look at the run up to Justin Timberlake’s cringe-inducing Man of The Woods to know this run up, then flop disaster can happen just as easily in 2018, too).

Modern consumers, however, have grown up with the internet and cut our teeth on Napster and Limewire, and we are admittedly greedy. What is today’s big news on Twitter is tomorrow’s past it meme on Facebook. The internet moves at lightning speed, and unless an artist makes a big enough splash, enough to have people gagging online over their airtight NDAs and PR savviness, their music will quickly be forgotten. They risk becoming the digital version of an analog one hit wonder. This, coupled with the temptation to avoid building an album up and ultimately disappointing jaded social media savvy fans and bored music journalists (the Man of The Woods effect, perhaps) goes some way to explain why musicians have embraced the surprise drop with such fervour.

So while we might be exhausted by the constant conveyor belt of “we got ya!’ new music drops, we have to admit that we are, at least partly, responsible for it. If we could just exercise a little patience, learn to enjoy the art of suspense once again, then maybe we could all get a little bit of peace, quiet and a notice period. Please. Everything happens so fast and we’ve bloody exhausted, okay?

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What’s the anatomy of a staple piece? What components combine to create something you’re inexorably drawn to season after season? As fashion editors, these are the questions that occupy our minds, and we’re always searching for those mythical items of clothing that will both deliver now and still look fab in two seasons’ time. I doubt even the most ardent fast-fashion lover would say they buy pieces hoping to never wear them again. Everyone wants more bang for their buck.

With sustainability at the forefront of our minds in 2019, we thought it was high time we take a moment to critically appraise our wardrobes. We wanted to uncover the pieces we return to again and again; staples that really deliver on cost per wear. We also wanted to highlight items we probably won’t be wearing in five years’ time. The hope is that by reflecting a little more and mindlessly shopping a little less, we can create wardrobes packed full of fashion that stand the test of time.

So what are the characteristics that united our winning staples? Versatility, a flattering fit and quality. The pieces that got the thumbs down from us were predominately impulse purchases and ill-fitting items. We’re compiling a mental checklist as we speak. Scroll down to see the style lessons our editors have learnt, and then see the pieces we will still love in five years’ time. Successful shopping trips, here we come.

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Legend has it that you two have never quarreled at work in all these years. Has it ever crossed your mind that each of you could have gone his own way?
DOLCE: “We have a great deal of affection, respect and appreciation for each other. We share the same outlook and philosophy, when it comes to the role of the entrepreneur. Besides, we are a little bit like Coca Cola, it wouldn’t make sense to split our names. Our work would lose all meaning if we were to go our separate ways.”
How did you get started?
DOLCE: “We met in 1980 and two years later we started out together as fashion advisors for clients such as Marzotto, Max Mara, Lebole. We would provide our expertise a dozen times during each season. Maybe we weren’t treated as fairly as we should have been, but we had a dream. For some time, we worked together with fashion designer Giorgio Correggiani, but later decided to move on and in 1984 DolceGabbana was launched. I was born into the profession, as they say, because my father was a tailor in Polizzi Generosa, my home town, while my mother helped in the family store selling fabrics and clothes.”
GABBANA: “We started out with 2 million of the old Lire (1000 euros), and we saved as much as possible in order to reinvest in our business, in our dream. At the outset, everybody told us we should take out a loan from the bank, but frankly we were scared to do so. In the end, everything we have done so far, it was paid for with our own money, something we are very proud of. I come from very humble beginnings. My mother was a caretaker in an apartment building and my father was a factory worker here in Milan. They gave me strong values, the same values I have applied to my business. We had no idea we would get this far, to be honest, all we wanted to do at the time was to make beautiful clothes, and to be passionate about our work. Everything you see now around us, we have designed it all ourselves, from the coffee cups to the pictures, from the furnishings to the clothes.”
How does the DolceGabbana system operate?
DOLCE: “At the starting point you will find a concept of craftsmanship and industry, a tradition that brings together innovation of every kind, digital and technological. We employ around 5,500 people directly; 25 thousand when suppliers and contractors are taken into account. We have four manufacturing hubs in our group, all based in Italy: 745 workers in Legnano, 380 in Incisa Val d’Arno, 300 in Lonate Pozzolo and 178 in Sarmeola di Rubano. These represent the very core of our business, the creative and human aspect of our craft in which we have been investing since 1984, from the very first day of DolceGabbana. We tell our managers they can make cuts wherever they want, but not here, because that’s the beating heart of our business: it’s the culture, the history, the dream we wish to pass on, as an enterprise and as a family. Managers tend to have a short-term vision, they don’t run their own business, and their eyes are set on results, as well as on their own earnings. But they are not entrepreneurs. The operational leadership of our group is in the hands of Alfonso Dolce, my brother, a family manager.”
GABBANA: “We strive to keep the soul of our business alive. We are unique because we have managed to create an indipendent company that doesn’t belong to any group, and that’s pretty rare today worldwide.”
Is your production entirely based in Italy?
GABBANA: “Absolutely. We have 200 contractors working for our group and they are truly crucial to us. We even decided to buy out some of these companies because they were on the brink of closing down and we just didn’t want to lose their special skills. This happened recently in the Veneto region of Italy, in Sarmeola di Rubano, with a company that produces customized clothes.”
DOLCE: “There is a new trend these days, and that’s a renewed interest for our craftsmen’s skills. Young people are looking into this at the moment, and a lot of them are Italian. Just five or six years ago, it was nearly impossible to recruit skilled workers. For this reason we have set up a new department within our group, called Botteghe di Mestiere, or arts and crafts workshops, where we teach these young people sewing, embroidering, ironing and model making. Around 70-75 percent of these young people, who are usually in their mid-twenties, are later offered a permanent position. We have our in-house master craftsmen, that’s how we keep our skills and traditions alive.”
It is commonly thought, however, that in order to have a strong presence on global markets one has to reach a substantial turnover, even in the field of fashion, where you are competing with large groups like Lvmh.
DOLCE: “Countries are very different from each other, it’s a big mistake to compare ours to the US or to France. Italy is made up of thousands of excellent small and medium-sized companies; of unique cities like Venice and Florence, even Milan; of unique products, such as Parmesan, but also Ferrari and Ferrero. Italy itself is an international corporation that can boast thousands of exceptional brands.” GABBANA: “Italy is made up of Caravaggio, Leonardo, Galilei. Its artistic DNA is unrivalled the world over. We shouldn’t be hung up about being Italian, because if you are looking for beauty, whatever your nationality, you come to Italy. Our mission is to boost creativity, as they did in the Renaissance, because that’s our main asset. We should stop trying to be solely a business-oriented country, exclusively based on mass production, as is the case for a number of economies around the world. Our true fortune lies in our incredible craftsmen, and we should do more to support them. All too often Italy has pushed them aside to pursue a business model that is profoundly alien to us.”
Brexit, the German economy slowing down, tariffs and barriers between the US and China: how does all this affect your business?
GABBANA: “We are doing great in Brazil and Mexico. Admittedly, some of our markets show signs of slowing down, but business is booming elsewhere. You should always factor in the adjustment of sales on a global scale.”
What do you see in the years to come? Are you thinking of a generational turnover in order to preserve your achievements and ensure a future for your employees?
GABBANA: “Our aim is that of making room for other people who are currently working with us, family and employees alike. Look at Hermès, where the dinasty is back at the helm and didn’t entrust the business to other designers. I find that inspiring. Or, in a different sector altogether, look at Ferrero. Generations come and go, but family remains. We shall leave our DNA to our working team, that is, our in-house designers who are at the very heart of our company and have earned our complete trust. Then there is family, Domenico’s siblings: his brother and sister, Alfonso and Dorotea.”
DOLCE: “My nephew Christian and my niece Giuseppina are already working for us. They are Dorotea’s children, both in their forties. Christian is looking after accessories and Giuseppina is in charge of High Fashion. We would rather hope there won’t be an outsider stepping into our shoes, ready to change everything. Our utmost desire is to ensure continuity. We want to leave our legacy to our family, and then let them get on with it. At the same time, we would like to make room for many young people who are already working with us, because DolceGabbana should not end up a dead brand. After we’re gone, it will be their turn to tell new stories, to let their personalities grow and flourish, but always based on our legacy. Acting with discipline and rigour.”
What kind of support would you like to receive from our country?
GABBANA: “Our country should look after its own, but without political leanings. We are not asking for subsidies, but would greatly appreciate for our work to be made simpler, to do away with so much paperwork. We would like to see more support offered to our craftsmen, because sometimes they can’t make ends meet. They are the ones who make our crochet work by hand, and most of them live in the south of Italy. They are so heavily taxed that sometimes they tell us they can’t work for us anymore. This means giving up on excellence, this means turning the work over to those countries copying us, this means losing our competitive edge.”
Has your strategy faltered at times?
DOLCE: “Yes, we’ve hit some rough patches, but never with each other. In 2010, for instance, when we decided to put an end to DG. We had been mulling over the need to prune a few branches for some time. We were convinced that in order to upgrade to high fashion it wasn’t in our interest to keep a high distribution line like DG. This happened in 2010. We hired marketing experts and advisors, we spent a lot of money. They were all against the idea of killing a line that was having a huge success. They kept telling us that high fashion was a preserve of France and on and on they went, with their clichés and misconceptions!”
GABBANA: “They had zero vision. Instead, we knew that our insight was spot on. We were brave enough to write off 3 million items per season. But in a matter of years, our sales climbed back up and there were no lay-offs. We wanted to raise the brand and its perception to a whole new level and the outcomes proved us right. In a big group, we wouldn’t have had a chance, because managers keep pushing for those items that have sold well the previous season. Some big group wanted to buy us out at some point, but we didn’t give in.”
When did that happen?
DOLCE: “Between 2002 and 2005, and it was incredible, it was like playing fantasy stylist. We were getting offers from left and right, they were throwing money at us. We thought, did we really want to retire and go home? We knew we didn’t want to end up on an extended lifelong holiday, because we were eager to work. In my opinion, globalization has been a total failure when it comes to fashion. We really believed in it at the beginning, when we launched DG. Then we realized that the most important thing is to be true to your origins and to be proud of them. I was born in Sicily, in the small town of Polizzi Generosa, and I take those roots with me wherever I go in the world, and that’s how I can earn respect. Globalization has swept away thousands of small businesses in Italy, entire production areas in Prato and Como had to close down, today in Biella there are no more than four textile manufacturers left. We must save our businesses if we want to save our cities big and small, and create new jobs for the new generations. If we keep buying products that were manufactured in countries where labour is dirt cheap, we deny our children the possibility of finding work in the future.”
How do you find your bearings on world markets?
GABBANA: “From our clients, first and foremost. Talking to them, for example, we realized we had to extend the sizes of some of our collections up to Italian size 54 for women and up to 60 for men. We move on the world stage, and it goes without saying that we have to meet the needs of clients from many different countries.” DOLCE: “The best place to test the mood is the catwalk, of course. It’s a vast operation, and more than 3000 people are involved in it.”

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